Equipe

Dr.ssa E. Paulli (Ginecologa)

Attività

Alcune prestazioni richiedono l’esecuzioni in precise fasi della gravidanza. E’ bene comunicare la settimana di gestazione, la nostra infermiera avrà una risposta per ogni domanda.

In caso di urgenza, consigliamo di contattarci telefonicamente allo 02-97291401

La visita ginecologica è un esame specialistico che permette di valutare lo stato di salute dell’apparato genitale femminile. Quest’appuntamento è estremamente importante per ogni donna, sin dalla pubertà, nonché un approccio alla prevenzione dei tumori femminili e di altre patologie degli organi riproduttivi.

La visita ginecologica è solitamente preceduta da un colloquio informativo, durante il quale il medico raccoglie le informazioni anamnestiche e spiega passo dopo passo le tappe dell’esame. Dopo questa prima fase, la paziente viene invitata a togliere la biancheria intima e si accomoda sul lettino ginecologico, dove il medico procede con l’ispezione esterna dei genitali, a cui segue il controllo interno (esame con lo speculum, esplorazione vaginale e palpazione bimanuale).

Iniziamo col dire che per la prima visita ginecologica non esiste un’età “giusta”. Possiamo dire che la vera indicazione per fare la prima visita corrisponde, piuttosto, all’inizio dell’attività sessuale (che attualmente si colloca intorno ai 14 anni). Sarebbe ancora meglio incontrare il ginecologo prima di questo inizio, in modo da vivere una sessualità consapevole e sicura. Con la prima visita, infatti, si può approfondire la conoscenza del proprio apparato genitale, generalmente abbastanza approssimativa, e si ha l’occasione per soddisfare tante curiosità.

Le ragazze alle prime esperienze non hanno una chiara idea dei problemi connessi all’attività sessuale e, di conseguenza, non pongono agli adulti molte domande. Dalle poche che formulano, inoltre, si capisce che mancano spesso le conoscenze più elementari al riguardo, e che in famiglia non si parla spesso di queste cose. È raro, infatti, che in vista del primo rapporto sessuale le giovani chiedano un controllo per il loro ragazzo; quando ciò avviene vengono considerate l’epatite C, l’epatite B e l’HIV, e si tralasciano, per ignoranza, le altre infezioni sessualmente trasmesse.

E dopo la prima visita?
Non ci sono regole fisse: il medico decide la cadenza delle visite successive a seconda della ragazza. Si consiglia una visita annuale a chi prende la pillola e, quando è iniziata l’attività sessuale, un PAP test come prevenzione del tumore del collo dell’utero. Una misura precauzionale che è bene adottare dopo 6-8 mesi dal primo rapporto.

Fonte: www.humanitasalute.it

Nel corso delle 40 settimane di gravidanza si effettuano diverse ecografie. Questi controlli, definiti di primo livello (EO 1°), servono a riconoscere le patologie della gravidanza iniziale, a misurare il feto per stimare l’epoca presunta del parto, ad identificare alcune malformazioni e le anomalie della crescita intrauterina.

Le malformazioni sono anomalie della forma fetale e colpiscono 1 neonato su 40. Le anomalie cardiache sono in assoluto le più frequenti, seguite da quelle dell’apparato urinario, da quello muscolo-scheletrico e da quelle del sistema nervoso centrale. Le EO di primo livello hanno dimostrato però una capacità predittiva deludente, che si attesta tra il 20% e il 40%. Le malformazioni che spesso sfuggono a questi controlli sono principalmente le cardiopatie e i difetti del sistema nervoso centrale.

Tra le ecografie che si effettuano in gravidanza c’è anche la cosiddetta ecografia morfologica, di primo e di secondo livello. La morfologica di primo livello viene effettuata tra l’ottava e la decima settimana di gravidanza, mentre quella di secondo livello è prevista tra la 19esima e la 21esima settimana. L’esame si esegue poggiando una sonda apposita sull’addome e le immagini sono immediatamente visibili.

La misurazione della translucenza nucale è un esame ecografico, quindi non invasivo e del tutto innocuo per il nascituro, che consiste nella misurazione dello spessore del tessuto sottocutaneo che si trova sulla nuca del feto, ovvero lo spazio compreso tra la cute e la colonna vertebrale, tra l’undicesima e la tredicesima settimana della gravidanza.

Quanto più spessa è la translucenza nucale (che in media a questa età gestazionale è di 2,5 millimetri, mentre nei feti portatori di sindrome di Down è sensibilmente maggiore) tanto maggiore è la probabilità che il nascituro sia affetto dal disturbo. Questo esame permette di stimare con buona approssimazione il rischio che il piccolo sia affetto da una delle due più diffuse alterazioni cromosomiche: la sindrome di Down e la trisomia 18. Poiché riesce a identificare 6-7 bambini affetti da malattia cromosomica su 10, non dà certezze assolute.

Dal momento che l’affidabilità dell’esame è strettamente legata all’abilità e all’esperienza dell’ecografista, è importante rivolgersi a una struttura pubblica o privata ad alta specializzazione.

IL BI-TEST

Per avere una maggiore attendibilità, l’esame della translucenza nucale di norma viene associato al bitest (o duotest), ossia la misurazione della concentrazione nel sangue materno di due ormoni, la frazione beta della gonadotropina corionica umana e la PAPP-A, o proteina A plasmatica associata alla gravidanza. I due test combinati (chiamati Test combinato del primo trimestre) consentono di individuare 82 feti portatori di alterazioni cromosomiche su 100, con il 5% di falsi positivi.

Le linee guida aggiornate raccomandano l’offerta del test combinato, cioè della misurazione della traslucenza nucale e del dosaggio ematico di hCG e PAPP-A, a tutte le donne in attesa tra l’undicesima e la tredicesima settimana.

Durante la gravidanza, nel sangue materno circolano frammenti di DNA fetale.
Questo tipo di test ci permette di analizzare il DNA fetale nel sangue materno per verificare il rischio di sindrome di Down (trisomia 21) e di altre due patologie genetiche, la trisomia 18 (sindrome di Edwards) e la trisomia 13 (sindrome di Patau). Valuta anche i cromosomi sessuali X, Y e offre la possibilità di valutare le patologie legate a questi cromosomi, come la sindrome di Turner o di Klinefelter.

Il test non è diagnostico, pertanto non sostituisce la diagnosi prenatale invasiva. Indica però una percentuale di rischio. A tale proposito test clinici hanno dimostrato che è in grado di identificare il rischio nel 99 % dei casi di sindrome di Down, nel 97 e 92% dei casi rispettivamente di trisomia 18 e trisomia 13.

In cosa consiste il test?

Questo test prenatale necessita di un unico prelievo di sangue e può essere effettuato già a partire dalla 10° settimana di gravidanza. Si suggerisce di eseguire il test dall’11° settimana abbinandolo all’ecografia del I trimestre (tra la 10+6 e la 14 settimana). In genere i risultati sono disponibili dopo 10-14 giorni dal prelievo. La maggior precisione e il basso tasso di falsi positivi rispetto ai test tradizionali riducono al minimo la necessità di effettuare altri esami a causa di un risultato positivo. Gli esami di approfondimento comprendono procedure invasive quali villocentesi o amniocentesi.

È però opportuno ricordare anche i limiti di questo test, ovvero:

-la sua affidabilità si riduce proporzionalmente alla riduzione della frazione fetale (FF), in almeno il 2% delle gravidanze il campione acquisito non è idoneo. Molti sono i fattori biologici che ne influenzano la quantità, il suo valore soglia (identico per tutti i test in commercio), affinché il test non dia risultati falsi negativi, è del > uguale 4% di FF.

-il test attualmente non è in grado di rilevare circa il 30% delle anomalie del cariotipo presenti nella popolazione a rischio, anche se è in evoluzione l’applicazione di nuove tecniche per espandere le possibilità diagnostiche.

-non è attendibile nelle gravidanze monocoriali, nel caso di 3 o più feti.

Fonte: www.multimedica.it

IL PAP-TEST

È l’indagine che ha radicalmente riscritto la lotta al tumore del collo dell’utero, il maggior successo in tema di prevenzione oncologica su larga scala. “Pap” indica le iniziali del cognome di un dottore greco, George Nicholas Papanicolaou, l’inventore di quest’esame salvavita, la cui geniale intuizione rimase inascoltata per quasi 20 anni: solo negli anni ‘40, infatti, venne ripreso l’articolo che Papanicolaou aveva pubblicato nel 1923.

In breve, il Pap-test si diffuse in tutto il mondo, salvando centinaia di migliaia di donne dallo spauracchio del cancro all’utero. Quest’esame (noto anche come striscio vaginale) consente di riconoscere le cellule provenienti dalle lesioni che precedono l’insorgenza di un tumore o da una lesione tumorale già presente.

COME SI SVOLGE?

Il medico, dopo aver evidenziato il collo dell’utero, mediante un piccolo strumento chiamato “speculum”, introduce – in maniera del tutto indolore – una spatola, con cui provvede a prelevare il materiale presente sulla cervice uterina e nel suo canale, ovvero cellule e muco dopodichè, il tutto viene strisciato su dei vetrini.

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HPV  TEST

Il test HPV (detto anche DNA HPV test) consiste nel prelievo di una piccola quantità di cellule dal collo dell’utero (o cervice uterina) che vengono successivamente analizzate per verificare la presenza di Papillomavirus: le infezioni causate da questo virus possono infatti essere responsabili del tumore del collo dell’utero.

Le modalità di esecuzione dell’esame sono analoghe a quelle del Pap test: nel corso di una normale visita ginecologica, si applica lo speculum, uno strumento che dilatando il canale vaginale permette la visualizzazione e l’accesso al collo dell’utero. A questo punto si inserisce delicatamente una speciale spatola o un bastoncino cotonato che servono a raccogliere piccole quantità di cellule sia dal collo dell’utero sia dal canale cervicale da esaminare in laboratorio.

Il tampone vaginale (così come il tampone cervicale) viene effettuato quando una donna lamenta disturbi alle zone genitali, per determinarne la causa. I disturbi più comuni che inducono il ginecologo a fare un esame approfondito eseguendo il tampone vaginale sono:

  • Prurito intimo;
  • Arrossamento o dolori della zona genitale;
  • Dolori durante i rapporti sessuali;
  • Pesantezza al basso ventre;
  • Perdite anomale della vagina.

Le infezioni batteriche che possono essere rinvenute attraverso l’analisi del liquido prelevato dal tampone vaginale, dalla parte più interna della vagina possono essere provocate da diversi fattori scatenanti:

  • Vaginosi batterica: quando il normale ecosistema vaginale è alterato e alcuni batteri prendono il sopravvento proliferando in maniera incontrollata;
  • Sovrabbondanza di lieviti che alterano il normale equilibrio della flora batterica;
  • Infezioni a trasmissione sessuale (STI) di natura batterica come la Clamidia e la Gonorrea, o di natura parassitaria come la Tricomoniasi vaginale.

Tra i microrganismi maggiormente coinvolti nelle infezioni genitali si ritrovano lo streptococco beta-emolitico del gruppo b (SBEB), lo stafilococco, la gardnerella vaginalis e alcuni funghi come la candida, in grado di arrecare disturbi fastidiosi qualora non vengano riconosciuti e trattati.